Roma, Estate del 1973, John Paul Getty, nipote del magnate petrolifero Jean Paul Getty, viene rapito da un gruppo di malviventi calabresi. La madre di John, Gail, molto meno ricca dell’ex suocero, non può fare altro che rivolgersi a lui per pagare il riscatto di 17 milioni di dollari per liberare il figlio. L’imprenditore milionario non è intenzionato a sborsare nemmeno un centesimo e si rivolgerà ad una persona di fiducia per gestire la situazione.

Ridley Scott decide di portare sul grande schermo un fatto di cronaca nostrana dei primi anni ’70. Lo fa interpretando in maniera decisamente fantasiosa gli avvenimenti dell’epoca, mettendo nel fulcro del discorso il denaro, come unico protagonista della storia. Il denaro è l’unica cosa che conta per il signor Getty. E sempre il denaro è la cosa più importante anche per la povera Gail, desiderosa solo di riavere il figlio sano e salvo. Tra i due, accomunati da un unico obiettivo, fa da raccordo l’ex agente della CIA e uomo di fiducia del signor Getty, Fletcher Chase. Il regista britannico lavora sulla triangolazione di questi tre personaggi e sul loro atteggiamento nei confronti dei fatti per immergerci in questa storia di cronaca vecchia ormai più di quaranta anni. Come anticipato la sceneggiatura ruota tutta attorno ad un unico elemento, il denaro. Denaro che riuscirà a mettere a nudo punti deboli e punti di forza delle varie parti della storia e che porrà uno di fronte all’altro due imperi, così diversi ma dalle svariate similitudini: da una parte tutto il potere dell’uomo più ricco del mondo che soprattutto grazie alla sua avidità è riuscito ad accumulare un patrimonio inestimabile – “se riesci a contare i tuoi soldi non sei poi così ricco” dice in un passaggio del film -; dall’altra un organizzazione, quella della ‘ndrangheta, che per espandersi sempre di più è riuscita ad infiltrarsi ai diversi livelli della società locale. A fase alterne il cast, bene Chritopher Plammer chiamato in fretta e furia a sostituire Kevin Spacey, benissimo Michelle Williams, candidata al Golden Globe e sempre capace di regalare emozione con i suoi personaggi, poco convincente la prova di Mark Whalberg non sempre a suo agio nel personaggio che deve interpretare. Ridely Scott si dimostra anche in questa occasione un regista dalle indiscusse capacità. Il lavoro, nonostante un inizio un po’ zoppicante, risulta essere godibile per tutta la sua durata. Ovviamente si ha la sensazione di non trovarsi davanti ad un film che passerà alla storia, ma comunque ad un prodotto ben realizzato e di buon livello.

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